Le tragiche morti dell’ultima estate hanno portato alla ribalta delle cronache l’effettiva consistenza della piaga che colpisce l’agricoltura in alcuni distretti produttivi: il caporalato, il sistema di reclutamento della manodopera agricola basato sullo sfruttamento del lavoro.

Una situazione che ha fatto luce sulla realtà feroce del caporalato e ha dato il via a verifiche a tappeto sulle condizioni di legalità del lavoro nei campi; a tale proposito il ministro alle Politiche agricole Maurizio Martina, insieme al ministro della Giustizia Andrea Orlando ed il Ministro del lavoro Giuliano Poletti, si è impegnato per far approvare al più presto un testo di legge che al momento sta concludendo il suo iter in Parlamento.

 

I numeri del fenomeno
Come testimonia il “2° Rapporto Agromafie e Caporalato” realizzato dalla Flai-Cgil, non meno di 400.000 potenziali lavoratori agricoli ogni giorno si confrontano con il caporalato come unico strumento per l’accesso al mondo del lavoro.

Dall’approvazione della recente norma sul “delitto di caporalato”, nel settembre 2011, fino al 2013, le segnalazioni arrivate alle diverse Procure hanno portato a 355 tra arresti e denunce con un superlavoro da parte degli organismi giudiziari. Di questi casi 281 risalgono al solo 2013, dimostrando come sia cresciuta l’attenzione sul tema.

Oltre ad avere drammatiche ripercussioni sulla sicurezza delle persone vittime di queste forme di sfruttamento, il fenomeno colpisce pesantemente tutta la collettività. Infatti, se c’è una cosa che l’Expo ha insegnato con chiarezza all’agricoltura italiana, è l’assoluta necessità di associare alla qualità delle produzioni agricole e alimentari uno sviluppo sostenibile sotto tutti e tre i pilastri: sociale, ambientale ed economico.

Tre fenomeni legati, che non possono esistere a lungo l’uno senza l’altro. Nel caso del caporalato è la sostenibilità sociale ad essere calpestata e umiliata, ed è tutta la comunità a pagare questo fenomeno su cui spesso c’è molta indifferenza. Il principale serbatoio di riferimento del caporalato è, infatti, il lavoro sommerso, una condizione di illegalità che, come testimonia ancora il rapporto Flai-Cgil, nella sola agricoltura costa allo Stato 600 milioni di euro all’anno in termini di evasione contributiva. Il tutto all’interno dei 9 miliardi che l’economia sommersa del settore sottrae a quella legale. Secondo le rilevazioni del rapporto, sono circa 80 i distretti agricoli italiani a rischio caporalato di cui il 41% ha condizioni di lavoro indecenti, il 28% una situazione in cui il lavoro è gravemente sfruttato mentre i restanti presentano forme di intermediazione illecita di manodopera. I caporali sottraggono ai lavoratori, in media, il 50% della retribuzione prevista dai contratti nazionali di settore, a cui spesso aggiungono costi astronomici per la fornitura di vitto e alloggio

 

Il legame con l’immigrazione
Un dato molto significativo è quello legato all’incidenza dei lavoratori stranieri coinvolti. Non è infatti italiano ben l’80% di coloro che sono vittime del caporalato. Di questi più del 60% è costretto a sommare allo sfruttamento del lavoro anche pesanti disagi ambientali, come il non accesso a servizi igienici e acqua corrente. Condizioni che un Paese civile non può accettare e che è normale considerare come un punto di debolezza in grado di mettere in difficoltà l’intero settore.

 

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Naturalmente, in questo momento, è forte anche il legame tra l’aumento dell’immigrazione e il manifestarsi dei fenomeni di sfruttamento del lavoro. Nelle regioni del Meridione, pesantemente colpite da questi fenomeni, quelli che vengono considerati “i nuovi schiavi” dell’agricoltura arrivano molto spesso dall’Africa, con la promessa di regolari rapporti di lavoro, e vengono direttamente reclutati nei centri di accoglienza. La condizione di debolezza di questi lavoratori li espone con più facilità a tutti i tipi di intermediazione illegale e sfruttamento, specialmente in un settore, quello agroalimentare, che grazie al miglior stato di salute rispetto ad altri comparti, riesce ad accogliere lavoratori producendo, però, un eccesso di offerta che provoca a sua volta una diminuzione delle retribuzioni. Una spirale drammatica e, in mancanza di interventi seri, potenzialmente infinita.

 

La risoluzione sul contrasto al caporalato
Grazie all’impegno del PD, in particolare del Ministro Martina e della Responsabile nazionale per le politiche agricole, la deputata Sabrina Capozzolo, finalmente l’Italia sta per dotarsi di strumenti efficaci per affrontare questo fenomeno. Il 2 dicembre, infatti, le Commissioni congiunte Lavoro ed Agricoltura della Camera dei Deputati hanno approvato il testo unico sulla risoluzione sul contrasto al caporalato che ha raccolto i contributi di tutte le forze parlamentari.

Nella sostanza, la risoluzione impegna il Governo Renzi – che aveva approvato la prima versione del Ddl a novembre – ad attuare la Rete del lavoro agricolo di qualità, a rafforzare la rete dei controlli incrociati tra le banche dati esistenti, a considerare la realizzazione di un sistema di etichettatura che valorizzi i prodotti delle aziende agricole oneste e a prevedere una serie di misure di sostegno economico ai lavoratori vittime del caporalato. “Un lavoro politico – ha dichiarato l’On. Sabrina Capozzolo – quello svolto in commissione dal PD, che va ad affiancare l’azione decisa del Governo per debellare definitivamente questa terribile piaga. Una dimostrazione di come Partito e Esecutivo, lavorando insieme ciascuno per la propria parte, aumentano l’efficacia delle proprie politiche per il Paese”.

Sul Ddl si pronuncia anche il Ministro Martina che proprio oggi (28 dicembre 2015), nonostante le festività, ha convocato un incontro con le parti al Ministero : “Con le iniziative assunte dal governo in questi mesi possiamo imprimere una svolta nella lotta al caporalato e a difesa della legalità nel lavoro a partire proprio dalle campagne e dal mondo agricolo. Il disegno di legge che abbiamo presentato insieme ai ministri Orlando e Poletti ora dovrà essere rapidamente approvato dal Parlamento. Prevenzione e repressione sono i due binari lungo cui vogliamo muoverci ancora con nuovi strumenti utili. E la Rete del lavoro agricolo di qualità, instituita nel 2014, dovrà fare un salto operativo importante proprio con l’inizio del nuovo anno”.

Per il bene dell’agricoltura, ma soprattutto per il bene del Paese occorre quanto prima vincere questa sfida: il caporalato è una piaga che “inquina” i nostri prodotti del Made in Italy ma soprattutto “inquina” la nostra società. Ci battiamo contro le multinazionali che fanno cucire le nostre scarpe da tempo libero ai bambini nel terzo mondo, ma poi non ci rendiamo conto che alcune eccellenze agroalimentari con cui facciamo pranzo e cena abitualmente sono “macchiate” dello stesso problema.

 

Mauro Rosati

Direttore Generale Fondazione Qualivita