Chi non analizza in maniera corretta i fatti degli ultimi mesi che stanno provocando una repentina metamorfosi politica dei Paesi del Nord Africa e del Medio Oriente, rischia di non capire neanche il presente dell’Occidente. In pochi giorni è successo quello che nessuno si aspettava: alcuni stati, tra cui Algeria, Tunisia ed Egitto stanno cambiando la loro storia. La ricerca di una reale democrazia e di una vera libertà sembrano essere le cause scatenanti delle sommosse. Ma la realtà è un’altra. La popolazione è scesa in piazza perché negli ultimi mesi i costi dei generi alimentari sono diventati insostenibili. Sin da subito, infatti, alcuni analisti si erano resi conto che stava andando in scena “la rivolta del pane”.
I costi delle materie prime agricole sono aumentati in un anno di oltre il 50% e ciò ha inevitabilmente e letteralmente affamato i Paesi poveri, già da tempo alla soglia minima della sopravvivenza. Non solo nei paesi del Medio Oriente, ma anche in India i costi dei generi alimentari sono saliti del 18%, in Cina del 12% mentre per gli altri prodotti si è registrato un incremento di appena il 2%. Considerando inoltre che in queste nazioni il reddito familiare per il 70-80% è destinato appunto agli acquisti di prima necessità alimentari, mentre in Occidente solo il 30%, si riesce a capire più facilmente perché i fenomeni inflattivi sui prezzi del cibo sono così efficaci in questi Paesi.
Le rivolte locali sono campanelli di allarme da non sottovalutare e ci preannunciano che nei prossimi anni il vero problema da risolvere sarà come sfamare il mondo. L’instabilità politica è destinata a non avere fine minacciando seriamente l’equilibrio mondiale. Non è sufficiente sedare le rivolte, occorre invece dare risposte politiche, strutturali e concrete al forte aumento dei consumi alimentari. Il futuro pare che suoni così: "Toglietemi tutto, ma non il mio pane!".