In quanto italiani siamo talmente abituati a godere dell’eccellenza agricola e alimentare dei nostri territori che spesso rischiamo di dare per scontati i presupposti grazie ai quali questo patrimonio esiste. Considerando che il nostro Paese non rappresenta neppure l’1% della superficie mondiale e che la percentuale di terra coltivata non raggiunge il 2%, dovremmo domandarci più spesso quali siano le ragioni concrete che ci permettono di essere riconosciuti in tutto il mondo come giganti della qualità agroalimentare.

Forse le parole migliori per spiegare questo fenomeno le ha usate spesso Farinetti nei vari talk show televisivi : “abbiamo 7 mila specie di flora vascolare e di vegetali mangiabili (il secondo Paese al mondo ne ha 3.300), abbiamo 58 mila specie animali (il secondo Paese al mondo ne ha 20.000), abbiamo 1.200 vitigni autoctoni (il secondo ne ha 222), abbiamo 533 cultivar di ulive (il secondo ne ha 70). La nostra grande bellezza è la biodiversità”.
Una bellezza che, come testimonia un recente studio della Commissione Europea, è in continua erosione e chiede a gran voce di essere difesa. Tutti noi infatti dovremmo anche domandarci come contribuire alla sua salvaguardia. Con l’approvazione della legge sulla biodiversità agraria e alimentare avvenuta la scorsa settimana, il Parlamento italiano ha finalmente fatto un primo passo decisivo in questa direzione.

La nuova legge italiana
In questi anni la crescente globalizzazione ed il fenomeno dei cambiamenti climatici hanno giocato un ruolo fondamentale sulla consapevolezza degli italiani sull’importanza della tutela della biodiversità. Durante i sei mesi di EXPO questo tema è stato quello forse più dibattuto e quello che ha avuto più seguito fra i visitatori tanto da far accelerare la discussione della proposta di legge che era in parlamento. “Approvando questa legge facciamo la nostra parte – ha dichiarato la deputata Pd Susanna Cenni, prima firmataria del ddl – la facciamo costruendo un sistema di tutela e valorizzazione della biodiversità agraria e alimentare, sostenendo il lavoro degli agricoltori, la ricerca, suggerendo strumenti per costruire sistemi economici locali partecipati dalle comunità, dai saperi, dalla scuola. Una risposta alla Carta di Milano che ci chiede di salvaguardare il futuro del pianeta”.

La legge, infatti, si pone sia obiettivi urgenti che di lungo periodo, scegliendo di investire su varietà e razze locali e sul patrimonio di conoscenze dei nostri territori. I punti principali sono sostanzialmente quattro, il primo dei quali prevede l’istituzione di un Sistema nazionale della biodiversità agraria e alimentare dotato di quattro strumenti operativi: l’Anagrafe Nazionale della biodiversità, presso il Ministero delle politiche Agricole; la Rete Nazionale della biodiversità, coordinata dallo stesso Ministero, d’intesa con le Regioni e le Province autonome di Trento e di Bolzano; il Portale Nazionale, con il compito di costituire un sistema di banche dati interconnesse; il Comitato per coordinare i diversi livelli di governo.

Il secondo punto riguarda l’avvio di un vero e proprio Piano nazionale sulla biodiversità di interesse agricolo. Per sostenere questi provvedimenti è stata inserita, come terzo pilastro, l’istituzione di un Fondo di tutela per sostenere le azioni degli agricoltori e degli allevatori. Infine la legge prevede il sostegno a interventi di ricerca sulle tecniche necessarie per favorire, tutelare e sviluppare la diversità biologica all’interno delle attività del Crea – il Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria.

L’agricoltore “custode”

Un’altra importante novità della legge approvata, che sancendo formalmente una situazione de facto, riconosce la figura dell’agricoltore e dell’allevatore “custode”, cioè punto di riferimento imprescindibile per la riproduzione delle varietà e la salvaguardia dell’ecosistema. In sostanza, attraverso il Fondo di tutela si investe su sistemi economici locali che possono nascere attorno a varietà, culture e pratiche preziose legate ai territori. “La norma – ha dichiarato il Ministro delle politiche agricole Maurizio Martina – sottolinea il ruolo primario e insostituibile dei nostri agricoltori nel presidiare e conservare il territorio. Una funzione che trova nella bellezza dei nostri paesaggi, plasmati negli anni dall’attività agricola, una testimonianza concreta e immediata”.

In questa direzione le denominazioni di origine protette (DOP) e le indicazioni geografiche protette (IGP) possono svolgere un importante ruolo indiretto nella valorizzazione delle biodiversità. Infatti, incentivando l’uso assolutamente prevalente di risorse locali e tradizionali nelle produzioni – come ha fatto in questi giorni il Consorzio del Parmigiano Reggiano DOP – le politiche in materia di qualità contribuiscono alla conservazione della biodiversità e alla sostenibilità del sistema.

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La strategia condivisa

Questa legge rappresenta un primo passo molto importante, nel merito e nel metodo. Il Governo e il Parlamento italiano hanno fatto la loro parte, quella politica, riuscendo a convogliare le esigenze e i contributi degli agricoltori, delle associazioni che si occupano di agricoltura, ambiente e cultura in un’unica coerente strategia condivisa.

Come ha affermato l’onorevole Cenni “adesso il testimone passa alle Regioni e ai loro piani di sviluppo rurale. Noi intanto abbiamo detto con forza che la biodiversità o la tuteli o la perdi per sempre. E tutelarla significa rafforzare la competitività del nostro Paese, ma anche promuovere sistemi economici locali costruiti attorno al valore del cibo”.

Importante è la legge, ma molto più importante sarà il contributo che potranno dare tutti gli italiani ; in un sondaggio Eurobarometro 2015 commissionato Ue sulla percezione delle minacce alla biodiversità, infatti vengono evidenziate le contraddizioni dei cittadini nel tutelare questo patrimonio. In Italia infatti oltre l’81% degli intervistati dichiara di ritenere abbastanza o molto preoccupante la perdita di diversità biologica, ma solamente il 13% fa sforzi personali soddisfacenti, mentre il 46% fa qualcosa, ma è convinto di dover fare di più. In sostanza siamo consapevoli dell’esigenza, ma concretamente facciamo ben poco. Ed è forse l’ora di fare qualcosa di più.

Mauro Rosati

Direttore Generale Fondazione Qualivita