Nonostante gli effetti del cambiamento climatico, l’arrivo dell’estate aiuta sempre a riscoprire quello che di meglio il patrimonio naturale italiano ha da offrire. In questa categoria rientrano sicuramente le aree protette con i parchi e le riserve naturali che nel nostro Paese si estendono per 3 milioni di ettari, coprendo il 10,5 % del territorio nazionale.

 

Parliamo di circa 840 aree solo sulla terra ferma in grado di tutelare una ricchezza immensa in termini di biodiversità, tra cui 5.600 diverse specie vegetali (il 50% di quelle europee) e 57.000 specie animali (Federparchi 2015). Come ha testimoniato anche la “Giornata europea dei Parchi”, celebrata come ogni anno il 24 maggio con l’evocativo titolo “Un assaggio di natura”, esiste un legame profondo e inscindibile tra i parchi e l’agricoltura.

 

Sono infatti gli agricoltori gli ultimi capisaldi in grado di coniugare completamente un’attività di produzione con la sostenibilità dell’ambiente, che proprio nelle aree protette trova respiro dall’urbanizzazione forzata a cui si assiste in gran parte del Paese. All’interno dei parchi l’agricoltura produce alcune delle grandi eccellenze italiane: 150 produzioni DOP e IGP, 263 prodotti agroalimentari tradizionali (PAT) e biologici.

 

Nonostante la legge quadro sulle aree protette del 1991 non indichi un modo specifico di fare agricoltura, i princìpi del legislatore e le evidenze sono chiare: agricoltura biologica e tipicità rappresentano gli elementi base di un sistema agricolo di lungo periodo che unisca salvaguardia delle risorse naturali e produttività economica. Ma le criticità per gli agricoltori “guardiani” sono molte. In primis, i redditi bassi che da una parte rendono difficile la sopravvivenza delle aziende e dall’altra inibiscono un urgente rinnovo generazionale. Date le difficili prerogative di queste “Zone di Protezione Speciale” servirebbe anche trovare un sostegno istituzionale concreto sul piano delle agevolazioni e della semplificazione burocratica. Infine, e non per importanza, c’è il tema della fauna selvatica che genera danni che in un solo passaggio possono eliminare le possibilità produttive di anni. Anche dove le autorità sono intervenute il problema, rimane urgente e richiede un approccio sistemico, capace di gestire tutto il territorio per tutelare biodiversità e le imprese agricole. Ci sono ancora troppi tentennamenti da parte delle istituzioni in un contesto in cui servirebbe invece rapidità d’azione.

 

In generale all’agricoltura custode dei parchi manca una strategia complessiva che esuli dalla singola area e valorizzi le produzioni tipiche e l’agricoltura biologica con un sistema organico capace di garantire al consumatore il rispetto di valori produttivi fondamentali: qualità, tradizionalità, sostenibilità ambientale, sociale ed economica, oltre alla sicurezza alimentare. Continuare in una logica solo territoriale non ha senso; è necessario promuovere un progetto che investa tutte le aree protette e certifichi ai consumatori queste caratteristiche che sono diventate bisogno primario e offrono opportunità anche per la crescita occupazionale.

 

Alcuni spunti per costruire un modello di agricoltura efficiente, economicamente redditizia e socialmente accettabile, sono già disponibili grazie alle esperienze-modello basate sulla multifunzionalità dell’impresa agricola e su un concetto di agri-turismo evoluto. Con una strategia complessiva orientata alla valorizzazione del territorio, il 7% del totale della spesa turistica italiana “prodotta” nei parchi nazionali potrebbe crescere sensibilmente. Questi obiettivi dovrebbero essere perseguiti attraverso i Programmi di Sviluppo Regionale (PSR) che, secondo le priorità indicate dalla Commissione Europea, promuovono la crescita della competitività del settore agricolo, lo sviluppo delle zone rurali e la salvaguardia dell’ambiente e del paesaggio.

 

L’auspicio di tutti è che le Regioni non lascino in secondo piano questo tipo di scelte, ma le facciano diventare priorità nelle loro politiche finanziando misure adeguante all’interno dei PSR, "obbligando" le attività commerciali del territorio alla distribuzione dei prodotti locali ed intervenendo contro la fauna selvatica in eccesso. Le aree protette italiane possono essere una "nuova" leva di sviluppo sostenibile del nostro Paese.


Mauro Rosati

Direttore Generale Fondazione Qualivita

 

Fonte: l’Unità